L’ANSIA
NORMALE/FISIOLOGICA
A
cura di Dr. Giampaolo Perna e Dr.ssa Sara Biffi
L'ansia
è uno stato emotivo di cui ogni essere umano ha esperienza:
a ognuno di noi infatti è capitato, in seguito ai
più differenti stimoli e in modalità e tempi
alquanto diversi, di provare una sensazione di apprensione e di
malessere che non è difficile riconoscere come ansia.
L’ansia è uno stato d’animo normale,
utile e con funzione protettiva. Essa è un segnale di
allerta: avverte di un pericolo imminente e grazie ad un'attivazione
generalizzata delle risorse individuali, consente alla persona di
mettere in atto misure per affrontare una minaccia, prevenirla o
ridurne al minimo le conseguenze. Per esempio quando affrontiamo un
esame, quando dobbiamo parlare in pubblico….la reazione
ansiosa ci permette di aumentare le nostre forze fisiche e mentali
mettendoci nello stato ottimale per affrontare la
difficoltà. Livelli moderati di ansia sono spesso utili per
migliorare le prestazioni e livelli piuttosto elevati di ansia possono
essere vissuti come normali quando sono coerenti con ciò che
richiede la situazione. Aumenti del livello di ansia oltre questo
livello ottimale possono però avere effetti debilitanti,
riducendo rapidamente la capacità comportarsi efficacemente,
di svolgere attività intellettuali complesse e rendendo
difficoltosa l’acquisizione di nuove informazioni.
L’ANSIA
PATOLOGICA
L’ansia
è patologica o quando compare in assenza di uno stimolo
scatenante, o quando è una risposta inappropriata esagerata
e disfunzionale a un determinato stimolo. Nel primo caso lo stato
ansioso compare acutamente ed è caratterizzato da dispnea e
sensazione di soffocamento, sintomi neurovegetativi, sensazione di
sbandamento, paura di morire o di perdere il controllo (attacco di
panico). Questi fenomeni sono generalmente ricorrenti, di breve durata,
e possono essere inattesi o situazionali, cioè scatenate da
stimoli o situazioni. Nel secondo caso lo stato ansioso si manifesta in
maniera costante, disturbando il paziente durante tutto l'arco della
giornata con i sintomi già descritti, non gestibile con il
ragionamento nonostante il paziente riconosca la natura esagerata della
sua reazione (ansia generalizzata). Non raramente questi due condizioni
patologiche di ansia coesistono nello stesso individuo. Nei disturbi
d’ansia la comorbidità è più
una regola che un’eccezione. Sintomi ansiosi sono frequenti
in molti altri disturbi: nei Disturbi dell’Umore, nei
Disturbi da Abuso di alcool e sostanze, nei Disturbi del Sonno, nel
Ritardo Mentale, nei Disturbi dell’Alimentazione.
Sintomatologia
In
generale l’ansia si manifesta in tre grandi categorie di
sintomi.
1)
Sinti somaticomi
- dispnea
e sensazione di soffocamento
- palpitazioni
- sudorazione
o mani fredde e bagnate
- bocca
asciutta
- vertigini
o sensazione di sbandamento
- nausea,
diarrea o altri disturbi addominali
- vampate
di calore, o brividi
- pollachiuria
- irrequietezza
- tachicardia
- ipertensione
- mal
di stomaco
- irrequietezza
- facile
affaticabilita'
- tensioni
o dolenzia muscolare
- tremori,
contrazioni muscolari
2) Sintomi cognitivi
- sentirsi
nervoso o sul filo del rasoio
- risposte
esagerate di allarme
- difficolta'
di concentrazione
- sensazione
di testa vuota
- incapacita'
a rilassarsi
- difficolta'
di addormentamento
- irritabilita'
(aggressività nei bambini)
- atteggiamento
apprensivo
- paura
di morire
- paura
di perdere il controllo
- paura
di riuscire ad affrontare le situazioni
Le
risposte cognitive all’ansia sono pensieri negativi, per lo
più irrealistici o esagerati nei confronti di particolari
situazioni temute. Sono percezioni distorte della realtà,
pensieri che anticipano una catastrofe a bassa probabilità
(es. l’aereo su cui viaggerò potrebbe cadere).
Tutto questo può interferire negativamente con le
abilità di pensiero comportando difficoltà nel
ragionamento astratto, nella capacità di risoluzione dei
problemi, nella capacità di pianificazione.
3)
Sintomi comportamentali
- fuga
(tendenza ad allontanarsi dallo stimolo ansiogeno)
- evitamento
(messa in atto di comportamenti atti ad evitare uno stimolo ansiogeno
L’EVITAMENTO FOBICO
L’evitamento
è una strategia difensiva che permette di non entrare in
contatto con ciò che crea ansia, cosa che, se avvenisse,
costringerebbe il soggetto a mettere in atto un comportamento di fuga.
Chi soffre della fobia dell’ascensore (claustrofobico)
preferisce
fare le scale a piedi, chi ha paura dell’acqua evita viaggi
in
nave, battelli, barche, ecc….
Le risposte di evitamento sono apprendimenti molto disadattivi e molto
resistenti; il calo repentino dell’ansia che segue alla
sottrazione da una situazione ansiogena funge infatti da potente
rinforzatore al comportamento evitante stesso ed impedisce la riduzione
della condotta disadattiva. Il soggetto fobico cioè si
sottrae
di fatto alla possibilità di lasciar estinguere i suoi
comportamenti condizionati, quando questi non siano rinforzati dallo
stimolo incondizionato. Spieghiamo meglio: se la paura dell'ascensore
viene dall'esperienza di essere rimasti chiusi dentro per qualche
minuto, magari durante un attacco di panico, questa paura
continuerà a tormentarci per il resto della nostra vita. Per
di
più per il fenomeno della generalizzazione tenderemmo non
solo
ad evitare di salire in ascensore, ma anche di ritrovarci in altri
luoghi o situazioni che hanno elementi in comune con
l’ascensore
stesso; ad esempio eviteremmo di prendere mezzi pubblici
perché
chiusi e spesso affollati….Questo porterebbe gradualmente ad
una
limitazione della nostra libertà di movimento con effetti
diretti anche sull’autostima e sull’umore. Se
invece ci
esponessimo al "pericolo", prendendo naturalmente le necessarie
precauzioni (ad esempio protetti da un’opportuna terapia
farmacologia), ci renderemmo conto che non è poi
così
comune restare chiusi dentro un ascensore, e piano piano la nostra
paura si estinguerebbe naturalmente, comportando un indebolimento del
legame associativo: stimolo condizionato (ascensore)-risposta
condizionata (sintomi d’ansia). La tecnica di esposizione in
vivo
associata a rilassamento muscolare rappresenta un metodo utilizzato in
ambito psicoterapico basato su questo principio.